
di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2015, Einaudi, Torino, Ed. Originale: What We Talk About When We Talk About Love, Alfred A. Knopf, New York, 1981)
Raymond Carver mostra di essere uno scrittore di alto livello con questi diciassette racconti ambientati in contesti domestici, suddivisi tra camere di letto, cucine, soggiorni, bar, ristoranti, parcheggi e giardini residenziali, dai quali trae storie universali.
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Raymond Carver non si concentra nell’immaginare situazioni eccezionali in luoghi inverosimili, collocati in momenti topici del proprio vivere. La narrativa si snoda nel vivere quotidiano dei protagonisti. Fece scuola per la narrativa nei decenni tra gli anni sessanta e settanta, perché mostrò come il vissuto di chiunque sia integralmente una sorgente di luoghi topici letterali: dall’amore, alla gelosia, al possesso, all’avidità e all’invidia. La meschinità e la vigliaccheria sono descritti come tratti ineliminabili in contrasto perenne con le convenzioni sociali e i tentativi di aderire alla morale comune.
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Le richieste di aiuto dirette e non, le rivendicazioni dei torti subiti e delle attenzioni non ricevute dai propri cari e famigliari, costituiscono fattori preminenti delle debolezze e delle inclinazioni dei protagonisti. Tutti e tutte compiono azioni riprovevoli, cercando in modo goffo e contraddittorio di rimediare, ottenendo nella maggior parte dei casi esiti sfavorevoli.
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L’epica dei racconti si basa sulla costante lotta di sopravvivere e forse affrontare i fallimenti di ogni giorno, come padre, madre, lavoratore, studente, amante.
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Dal punto di vista dello stile, Carver ha una qualità temprata da un esercizio continuo di ricavare un senso lirico da quello che noi riteniamo lo sfondo del racconto: gli ambienti, gli atti irriflessi come quelli di alzarsi dal letto, radersi, cucinare, scegliere un appuntamento al ristorante. Ciò vale anche per le tensioni e liti quotidiani tra le coppie, o coloro che vivono da separati scambiandosi orrori giornalieri, usando anche la prole come arma di offesa.
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Vi è un timbro comune che deriva dall’autobiografia dell’autore caratterizzata da alcoolismo, rapporti di coppia tesi, con separazioni lunghe e dolorose, ove la compagna o perlomeno le prime due, hanno inclinazioni simili. Però così come nei racconti e nella vita reale, le donne mostrano di avere una comprensione e una stilla di propensione edificante maggiore di quella degli uomini.
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Dalle relazioni interpersonali rispetto agli occhi odierni le donne agiscono in modo remissivo e i maschi hanno atteggiamenti infantili, autoritari, tesi in modo sottile, talvolta inconscio alla sopraffazione. Se, però, si analizza il contesto storico in cui furono scritti tali racconti, si ha che la donna poteva uscire assieme ai maschi, le giovani erano libere e autonome di avere relazioni anche di un solo giorno, nelle uscite del week end. Le discussioni non erano separate in ambito domestico tra coppie, ove i maschi parlavano tra loro di cose di “uomini” e le donne in cucina. I problemi e i temi erano discussi alla pari con tutte le modalità conflittuali, con i maschi alla perenne ricerca di imporre la loro visione, conseguendo però figure meschine.
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Si parla molto e i monologhi interiori sono densi perché contraddistinti con colloqui immaginari con gli attori del proprio passato. Tutti cercano la catarsi dalle proprie consapevoli debolezze, vizi e negligenze. Le vie di miglioramento non scaturiscono da dialoghi con un Socrate personale, perché ogni consapevolezza emerge dal dolore e dalla vergogna di sé. La sporcizia dei propri pensieri inespressi e dalle ferite autoinflitte fisiche e morali sono i motori che alimentano la speranza di un cambiamento che si vuole migliore per sé e per gli altri.
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Non vi sono risposte definitive, perché le tensioni continuano alla fine dei racconti, lasciando un angolo in sospeso, e questo rende tali scritti appetibili per noi comuni mortali, perché riconosciamo i nostri pensieri inespressi, agli altri e a noi stessi consciamente nascosti.
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Leggendo di questi personaggi e proiettando su di loro i nostri dubbi, ci permette di essere più rilassati e aperti a comprendere le tentazioni pigre delle soluzioni facili e suicide, e delle posture pigre vigliacche che, seppure convenienti a breve termine, risultano fallimentari per il proprio timbro biografico.
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Quest’opera andrebbe letta nella propria dimora, guardando ogni tanto gli oggetti che ci circondano, l’ambiente famigliare e lo specchio che riflette la propria immagine.








