
(Traduttore), BUR Rizzoli, Milano, 1999
(Ed. Originale: Gravity’s Rainbow, Ed. Viking Press (NY), 1973)
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È considerato uno dei cento romanzi più importanti del secolo scorso in termini di sperimentazione narrativa, complessità della trama, giochi temporali, riferimenti enciclopedici, e di strutture stilistiche composte in modo metaforico ed analogico. Gli eventi si incentrano sulle vicende storiche realmente accadute riferite alla produzione e all’arma segreta e poi definita come “V2- Aggregat 4”: Il primo missile balistico a lunga gittata della storia, che raggiungeva velocità supersoniche ed era impossibile da intercettare. Una delle Wunderwaffen (letteralmente “armi miracolose”): il grande razzo intercontinentale progettato dai tedeschi del Reich in prossimità e durante la seconda guerra mondiale.
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Non è un caso che Thomas Pynchon abbia preso spunto da tale arma e in particolar modo dal suo attributo “miracoloso”, perché la trama rimanda alla passione cristiana, che è correlata in un congegno narrativo sofisticato con i mandala nella loro struttura della creazione e della distruzione, con la messa in tema delle forze che permettono il mutamento. La polarità tra il percorso irreversibile del tempo in una funzione escatologica ed apocalittica e tra la descrizione ciclica del divenire, incastra la visione della catastrofe universale, con quella del sacrifico messianico, delimitata e descritta con i luoghi e i significati che parlano del mondo, propri della cabala. E non è finita, perché all’interno di queste dimensioni interpretative conflittuali, i luoghi e i protagonisti hanno attributi e funzioni in analogia con l’alchimia e i tarocchi. I nomi sono maschere di significati biblici, alchemici, ed esoterici. Le sostanze segrete, le droghe, le tecnologie, seppure siano state introdotte con precisi e reali riferimenti storici, vengono descritte, ridenominate ed usate con metafore nascoste e profezie oracolari.
Vi è una visione di fondo per la quale l’umanità sia destinata all’estinzione e alla catastrofe finale, proprio e in virtù principalmente per la propria indole, genetica, peccato, colpa originaria, ricerca di conoscenza che non può che non arrivare al desiderio della distruzione totale. E quale migliore luogo se non quello della seconda guerra mondiale e del mondo allucinato dei nazisti, Ove la scienza e la tecnica erano intese come emanazioni di una spinta irrazionale connotata da riti esoterici.
È un libro che sconcerta perché le numerose sperimentazioni linguistiche e narrative riprendono quelle dei grandi romanzi del novecento, fino agli studi del linguaggio e della comunicazione degli anni sessanta. Vi è la volontà di dotarsi di un armamentario poetico analogo a quello del romanzo “Ulisse” di James Joyce, ove quasi in ogni pagina traspare lo sforzo di delineare uno stile proprio al susseguirsi degli eventi e dei dialoghi, che però deve essere incastonato nelle trame più ampie dei luoghi dei capitoli.
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Vi sono nozioni di storia, filosofia, religione, matematica, balistica, chimica, fisica atomica, esoterismo, meccanica dei fluidi e dei solidi, astronomia, psicologia. L’autore ha studiato con puntiglio fino agli dettagli non volendo lasciare alcunché di intentato.
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I protagonisti sono complessi nella loro dimensione valoriale, con una biografia traumatica, alla ricerca di una normalità impossibile, perché è perseguita da vizi, turbe psichiche, volontaria accettazione del vizio e della corruzione. Con questo non si intende porre una giustificazione politica e storica dei nazisti equiparati alle forze alleate. Non è un romanzo politico e storico che intende distribuire le colpe, e celebrare le forze del bene, oppure perseguire una propria visione del “bene”. Anzi, non si assolve nessuno tenendo però a mente che le perversioni, i crimini e le violenze di ognuno sono a livelli diversi del proprio vivere e nei tempi degli accadimenti che si snodano dagli anni trenta fino ai sessanta, e quindi sono impossibili da catalogare e accostare in una biografia pesata su criteri morali uniformi.
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La condanna della storia per Pynchon è già data e fuori discussione, ma non basta, perché i meccanismi che hanno generato il processo di creazione e di uso criminale ed assassino delle V2 sono ben più ampi, sotterranei, epocali, plurisecolari e ancora attivi, proprio in questi giorni dove in quasi ogni continente si bombarda, e si agisce con la volontà di intendere il mondo come una costellazione dinamica di conflitti di guerra, ove i confini sono segnati dal sangue.
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Tedeschi, francesi, statunitensi, inglesi, argentini, Herero della Namibia, sovietici, tutti agiscono entro i loro mondi deliranti in uno scenario ancora più assurdo che è la seconda guerra mondiale, la sua fine, e durante la guerra fredda.
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Vi sono le lotte tra gli attori impegnati nella costruzione dell’arma segreta, dei servizi nemici che tentano di trovarla, carpirne le tecnologie, annichilire tutti quelli che ne hanno a che fare, e i conflitti di coloro che si distaccano dalle organizzazioni, e dagli eserciti e polizie segrete di riferimento per condurre battaglie personali addirittura contro quelle di propria provenienza.
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E lo sconcerto che prende il lettore, scaturisce dalla conseguenza che il tradimento non è favore del nemico, ma contro tutti. Ovvero è come se dalle nazioni, agli eserciti, ai militari, agli agenti dei servizi segreti, alle spie, agli scienziati, ai mariti e alle mogli, ai figli, ognuno prende una propria strada contro tutti gli altri. È una guerra universale che mente promettendo la conquista e la potenza, la soddisfazione infinita delle proprie perversioni, ma che di sotto offre un unico trofeo, il comando di dover continuare a distruggere il più possibile, nello spazio e nel tempo.
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In alcuni parti il testo è a dir poco sadico, osceno, truculento, pornografico nel senso più violento del termine. Vi è la droga, il sesso perverso, l’omicidio, il sadismo, la crudeltà, la vendetta meschina e anche qualche tratto di bontà e di affetto, seppure sdraiato su un letto di locuste.
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Thomas Pynchon sperimenta in ogni pagina nuovi stili, miscele di dialoghi, monologhi interiori, descrizioni giornalistiche e rievocazioni mitiche, utilizzando le analogie e le assonanze con gli strumenti e i modi di vivere dei diversi periodi e luoghi che vanno appunto dalla Germania, dalla Berlino occupata e divisa tra gli alleati, in Gran Bretagna, negli USA, nel mosaico in movimento dell’est Europa nei mesi appena successivi alla fine della guerra. Vi sono riferimenti alle musiche, ai canali televisivi, agli show, ai cinegiornali, agli oggetti di uso quotidiano, alle marche di cioccolata, ai canti antichi, fino al blouse e al rock, ai canti e ai riti africani. È uno sforzo che il lettore si deve accollare, ma è una bella fatica perché si apprezza la lingua, la bellezza dello scrivere e dello sperimentare nell’estro creativo e nel godimento estetico. Si passa da un realismo ottocentesco, a una narrazione rievocativa, a un monologo interiore a una miscela di poesia beat in stile jazz.
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Vi è un grande scenario poetico che tutto avvolge e prosegue con un ritmo ben cadenzato in modo sinfonico.
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Una caratteristica che colpisce e disorienta è relativa nel porre in primo piano il corpo, le sue funzioni più elementari, le pulsioni, le emozioni, le sensazioni di piacere e di dolore. Ciò è correlato con la descrizione orizzontale dei luoghi, siano essi panorami o camere anguste senza finestra, ove nelle prime righe sono descritti gli oggetti nei loro particolari materici, dalla consistenza, dal colore, dall’odore e dal tatto. Non è un romanzo che invita alla virtualità, alla generalizzazione astratta, perché parte dal corpo, da questo mio mal di pancia, dalla mia erezione sessuale e dall’orgasmo, dal desiderio dipendente distruttivo come la droga, l’alcool, la vendetta. Tutti concetti presentati dal corpo agli strumenti di guerra a quelli quotidiani domestici.
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Non ce la si fa a leggere tante pagine di fila, perché ogni scena è una pietanza ricca, esorbitante e sostanziosa che invita il lettore a partecipare con il proprio corpo. Se ci si lascia andare al piacere della lettura, si perde la trama: più si cerca di mantenere ogni filo e più ci sente paralizzati nella difficoltà a mantenere la lettura.
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Il titolo è “L’arcobaleno della Gravità”: non è un caso. L’arcobaleno fornisce lo spettro dei colori, dal paradisiaco a quello più terribile e questi poggiano sul bianco della imprevedibilità e sul nero della dissoluzione. L’arcobaleno descrive una gittata, che guarda caso è proprio quella balistica di un missile, o spada divina, o piovra infernale. La gravità è comune a ogni essere inanimato, perché è l’ineluttabile condizione che volge verso la caduta, e quindi la catastrofe.








