CONSIGLI DI LETTURA: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore),

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore,
di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2015, Einaudi, Torino, Ed. Originale: What We Talk About When We Talk About Love, Alfred A. Knopf, New York, 1981)

Raymond Carver mostra di essere uno scrittore di alto livello con questi diciassette racconti ambientati in contesti domestici, suddivisi tra camere di letto, cucine, soggiorni, bar, ristoranti, parcheggi e giardini residenziali, dai quali trae storie universali.

Raymond Carver non si concentra nell’immaginare situazioni eccezionali in luoghi inverosimili, collocati in momenti topici del proprio vivere. La narrativa si snoda nel vivere quotidiano dei protagonisti. Fece scuola per la narrativa nei decenni tra gli anni sessanta e settanta, perché mostrò come il vissuto di chiunque sia integralmente una sorgente di luoghi topici letterali: dall’amore, alla gelosia, al possesso, all’avidità e all’invidia. La meschinità e la vigliaccheria sono descritti come tratti ineliminabili in contrasto perenne con le convenzioni sociali e i tentativi di aderire alla morale comune.

Le richieste di aiuto dirette e non, le rivendicazioni dei torti subiti e delle attenzioni non ricevute dai propri cari e famigliari, costituiscono fattori preminenti delle debolezze e delle inclinazioni dei protagonisti. Tutti e tutte compiono azioni riprovevoli, cercando in modo goffo e contraddittorio di rimediare, ottenendo nella maggior parte dei casi esiti sfavorevoli.

L’epica dei racconti si basa sulla costante lotta di sopravvivere e forse affrontare i fallimenti di ogni giorno, come padre, madre, lavoratore, studente, amante.

Dal punto di vista dello stile, Carver ha una qualità temprata da un esercizio continuo di ricavare un senso lirico da quello che noi riteniamo lo sfondo del racconto: gli ambienti, gli atti irriflessi come quelli di alzarsi dal letto, radersi, cucinare, scegliere un appuntamento al ristorante. Ciò vale anche per le tensioni e liti quotidiani tra le coppie, o coloro che vivono da separati scambiandosi orrori giornalieri, usando anche la prole come arma di offesa.

Vi è un timbro comune che deriva dall’autobiografia dell’autore caratterizzata da alcoolismo, rapporti di coppia tesi, con separazioni lunghe e dolorose, ove la compagna o perlomeno le prime due, hanno inclinazioni simili. Però così come nei racconti e nella vita reale, le donne mostrano di avere una comprensione e una stilla di propensione edificante maggiore di quella degli uomini.

Dalle relazioni interpersonali rispetto agli occhi odierni le donne agiscono in modo remissivo e i maschi hanno atteggiamenti infantili, autoritari, tesi in modo sottile, talvolta inconscio alla sopraffazione. Se, però, si analizza il contesto storico in cui furono scritti tali racconti, si ha che la donna poteva uscire assieme ai maschi, le giovani erano libere e autonome di avere relazioni anche di un solo giorno, nelle uscite del week end. Le discussioni non erano separate in ambito domestico tra coppie, ove i maschi parlavano tra loro di cose di “uomini” e le donne in cucina. I problemi e i temi erano discussi alla pari con tutte le modalità conflittuali, con i maschi alla perenne ricerca di imporre la loro visione, conseguendo però figure meschine.

Si parla molto e i monologhi interiori sono densi perché contraddistinti con colloqui immaginari con gli attori del proprio passato. Tutti cercano la catarsi dalle proprie consapevoli debolezze, vizi e negligenze. Le vie di miglioramento non scaturiscono da dialoghi con un Socrate personale, perché ogni consapevolezza emerge dal dolore e dalla vergogna di sé. La sporcizia dei propri pensieri inespressi e dalle ferite autoinflitte fisiche e morali sono i motori che alimentano la speranza di un cambiamento che si vuole migliore per sé e per gli altri.

Non vi sono risposte definitive, perché le tensioni continuano alla fine dei racconti, lasciando un angolo in sospeso, e questo rende tali scritti appetibili per noi comuni mortali, perché riconosciamo i nostri pensieri inespressi, agli altri e a noi stessi consciamente nascosti.

Leggendo di questi personaggi e proiettando su di loro i nostri dubbi, ci permette di essere più rilassati e aperti a comprendere le tentazioni pigre delle soluzioni facili e suicide, e delle posture pigre vigliacche che, seppure convenienti a breve termine, risultano fallimentari per il proprio timbro biografico.

Quest’opera andrebbe letta nella propria dimora, guardando ogni tanto gli oggetti che ci circondano, l’ambiente famigliare e lo specchio che riflette la propria immagine.

CONSIGLI DI LETTURA: Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver

Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver (Autore), Paolo Cognetti (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2017, Einaudi, Torino (Ed. Originale: Will You Please Be Quiet, Please?,
McGraw-Hill, New York, 1976)

La pubblicazione di questi racconti fu un successo editoriale e fu considerata una novità nell’ambito della editoria degli Stati Uniti. Le vicende sono situate in ambiti famigliari e domestici, che si estendono da un luogo di lavoro, al bar, in un ristorante, oppure in siti desolati simili a quelli descritti dai quadri di Edward Hopper.

Raymond Carver dedicò il romanzo e il titolo alla sua, da poco, ex moglie. Ha una intenzione provocatoria, ma anche di affetto, seppure contorto e malcelato. Era appena uscito da una crisi ultra decennale di alcoolismo. La sua ex consorte svolse la funzione di madre e di semi padre per i figli e lo sostenne nelle sue attività di scrittore con i pochi soldi di stipendio che ella riceveva nel tentativo di tenere in ordine i conti. Considerando poi che Lui passava tra i licenziamenti vari tra le segherie e lavori saltuari, Lei fu sodale, talvolta, di bevute e di tradimenti, ma fu comunque comprensiva nel momento, forse liberatorio per entrambi, della separazione.

Carver in quel momento ebbe una nuova compagna che condivise la restante parte della sua vita di scrittore di successo, fino alla sua morte, lunga e dolorosa, dovuta anche ai sui stravizi.

Il titolo però richiama un aspetto di solito non pienamente espresso che è rivolto alla sua coscienza, perché in ogni racconto vi è un aspetto della sua vita, riguardo ai fallimenti, alle incertezze, alle delusioni, alle paure. Carver si è sempre sentito fuori posto, un impostore in continua fuga dagli insuccessi e anche dalle possibilità di poter migliorare la propria condizione economica, sentimentale, e di speranza per il futuro.

Sì certo, molti personaggi alla fine del racconto sembrano avviarsi in un epilogo catartico, lasciando però a metà tale percorso, per invocare il contributo del lettore che, immedesimandosi possa poi riempirlo con il proprio vissuto. Proprio per questo una quantità crescente di pubblico trovò rispondenza in quegli ambienti così famigliari, tragici, disperati, depressivi.

Il discorso vale anche per gli antagonisti che possono essere i famigliari diretti come un padre, una madre, o i fratelli, la moglie e la fidanzata. Anche le figure femminili di riflesso agiscono secondo tali logiche, ma vi sono in prevalenza coloro che ascoltano, accusano, valutano il protagonista e le sue debolezze, e anche tra gli scontri, cercano di salvarlo. Tale approccio egoriferito non è dovuto a una minore considerazione delle donne, perché, nonostante gli approcci mascolini, sempre perdenti alla fine, sono le donne che attivano il climax del racconto per diventare gli agenti attivi della trasformazione, o della agnizione del protagonista, riguardo la sua vita.

Carver è invitante e si ha una immediata facilità nell’immaginare di trovarsi in quei luoghi, sebbene il tempo, le tecnologie e i manufatti siano cambiati, perché descrive la fisicità, le sensazioni, gli odori. E questi sono universali. La descrizione dei vestiti, dei tic, della corporeità disfatta e invecchiata offrono un quadro comprensibile che invita a immaginare una vita di ognuno, e sempre con quella allusione finale che lascia a noi, quasi inconsciamente, di colorare tutti loro con le nostre personali inclinazioni.  

Noi abbiamo la sensazione di bere e di mangiare quei particolari cibi, i mal di testa, l’eccitazione, il sudore, la voglia di congiungersi con l’altro o l’altra. La rabbia, l’impotenza e lo sconforto. L’incubo e la tortura autoinflitta del peso dei fallimenti o di quello totale che sta per arrivare.

È un viaggio nel profondo degli USA, di quella massa informe tra la provincia e le grandi città, di quella moltitudine che si trova in transizione, con il passato che hanno abbandonato, o che è crollato, e un presente freddo, distaccato e non accogliente.

I dialoghi sono asciutti, ma sapientemente variati in base ai personaggi. Carver usa le sue esperienze, per tradurle in ambienti topici e facilmente riconoscibili dagli statunitensi e da noi qui in Europa, per la montagna di film e di serie televisive che abbiamo seguito tra gli anni settanta e quelle degli inizi del secolo.  

Ci si sente pieni: è una lettura che nutre, perché si ha la sensazione di aver mangiato, di aver bevuto e anche di aver amato, oltre a quella dolorosa di aver preso dei gran pugni in faccia. Tutti loro, maschi e femmine, sono descritti con i tratti dell’avanzare dell’età, relativa alle calvizie, alle smagliature, alla pancia: la normale umanità che tenta di reggere l’età adulta e la vecchiaia, e che qui, in questi racconti, ottiene risultati altalenanti e mai appaganti.

La risposta è no. La coscienza non sta zitta, ed è proprio quella che ti salva: quella che ha permesso a Carver di raccogliere i cocci della sua esistenza e di trasformarla in una attività letteraria.

CONSIGLI DI LETTURA: HERZOG DI SAUL BELLOW

Herzog di Saul Bellow (Autore), Letizia Ciotti Miller
(Traduttore), Mondadori, Milano, 2014
(Ed. Originale, 1964, Viking Press, NY)

Dal punto di vista etimologico “Herzog” richiama il duca, colui che è il condottiero di un popolo, ovvero di una moltitudine che si riconosce in una comunità di valori e di memoria. In questo romanzo il protagonista è colui che si lascia guidare verso i valori e le molteplici versioni della sua biografia attraverso una volontaria espiazione per una ricerca irresistibile nell’aver avuto un senso il suo vivere e nella speranza di accedere a residui sentieri nei territori di là da venire.

La scena di inizio è collocata nell’apice della crisi che svetta tra due abissi: in uno vi è la logica conseguenza degli errori derivati dalla ostinazione, dall’arroganza, dall’orgoglio, dalla rivendicazione astratta contro tutto e tutti che porta alla completa auto distruzione. Nell’altro vi è il sussurro della ricerca di aiuto, di ascolto e infine di essere amato.

Nella tentazione di proseguire in modo conforme ai suoi schemi razionali per mantenere invano il potere di controllare la propria interiorità e l’ambiente, Herzog intuisce, e con stizza non comprende, la possibilità di perdere ciò che gli è più caro e che lo permea come individuo pubblico: una notevole capacità di analisi, di studio, di scrittura e di ricerca, crollando verso un umiliante delirio e decadimento fisico.

Nel riconoscere invece il bisogno di aiuto e dell’esigenza di aprire il proprio cuore, avverte che gran parte dei suoi successi di studio e di lavoro sono stati perseguiti attraverso un istintuale bisogno di sopravvivenza e che dopo la spinta iniziale genuina e spregiudicata, in età matura una piega di mediocre e superficiale riflessione lo avrebbe portato a una totale inconsistenza. Il presentimento di vivere compiendo un giro in tondo per ritornare in una condizione di infante bisognoso di affetto, riporta l’assenza di una risposta alle sue esigenze.

Da entrambi i lati, all’inizio del romanzo, il delirio è la fuga momentanea da questa caduta irreversibile verso un luogo che informa della colpa più grave: non essere stato capace o addirittura di non aver voluto chiaramente interloquire e concedersi all’altro.

La famiglia del protagonista appartiene agli esuli ebrei fuggiti dai pogrom di fine ottocento dalla Russia, e dalla Polonia, verso gli Stati Uniti. L’elemento che contraddistingue tale comunità esprime il bisogno di una terra in cui stare e ancor di più, il tentativo di assegnare un senso e un destino nel luogo di fuga. L’esodo in costoro è una sintesi inestricabile che si snoda nello spazio delle opportunità e delle città degli Stati Uniti con la ridefinizione della propria individualità cercando di mantenere un filo temporale di memoria con la comunità ancestrale del popolo errante.

È indifferente se Herzog, i suoi genitori, le sue mogli, siano ebree osservanti, convertite al cattolicesimo, atei o semplicemente indifferenti: il tratto di non avere ancora un luogo sicuro e di uno spazio emotivo ed identitario è una conquista che si ripete per ogni fase del proprio vivere.

Non è un caso che a livello stilistico Saul Bellow parta dalla descrizione morfologica e poi del vestiario e infine degli ambienti frequentati e vissuti di ogni personaggio per proseguire in concomitanza a descrivere la personalità e intuire la sua storia e i suoi fini reconditi. Ogni antagonista di Herzog, pur nelle diversissime provenienze di status, cultura, istruzione, sesso, vizi è allo stesso livello di complessità intellettuale. Ognuno di loro è un tesoro di vita, di contraddizioni, di colpe, di esigenze non soddisfatte, di traumi e violenze.

Uomini e donne mostrano un bisogno di affetto e nello stesso tempo alcuni e alcune compiono atti riprovevoli. Vi è una completa equiparazione tra i sessi in fatto di crudele e meschina ricerca dei propri interessi. In gradi diversi, ognuno di loro cammina nel deserto, accollandosi il peso delle proprie colpe e debolezze nella speranza di arrivare a una fonte che dia risposte ed accoglienza.

Herzog scrive lettere a personaggi inventati, morti, pubblici, della sua biografia per poi cestinarle. Ridotto in condizioni pietose in una casa che avrebbe dovuto essere la destinazione finale e che invece mostra di essere l’anticamera della caduta, qui chi sta intorno richiama la sua presenza, il ritorno a ciò che è stato, per affrontare un divorzio, la figlia, gli amici che lo hanno tradito e a coloro che lui stesso volse le spalle. Il tutto in un andirivieni di dialoghi e di monologhi interiori con i personaggi del passato, quali suo padre e altri della sua infanzia con cui ebbe contrasti che lasciarono ferite mai curate.

Lo stile varia da un monologo interiore che è estremamente raffinato e variabile nel descrivere ogni personaggio, a dialoghi quasi teatrali per giungere a un climax ad effetto.

Più volte Herzog cerca di punirsi e di accettare di essere ingiustamente maltratto e sopraffatto per espiare le mancanze che lui sente proprie e che non sono quelle rivendicate dagli antagonisti, per rendersi conto infine che tale atto di umiltà è un tentativo di nascondere le sue negligenze più radicali: nel volere che il mondo, lo spazio e il tempo si adeguino ai suoi modelli di interpretazione. Il bambino che, nel piangere, chiede al mondo di piegarsi alle sue esigenze, invece di esprimere la propria impotenza e di chiedere aiuto, mostrando altresì vera gratitudine.

Se avrà risposta e la saprà accettare, lo lascio al lettore. Il finale è da leggere tutto di un fiato.

A tratti il libro infastidisce perché può richiamare tratti della nostra biografia, in particolare quella non conosciuta dagli altri: quella che rimugina continuamente nei nostri pensieri, quando siamo da soli, prima di addormentarci, nelle situazioni di attesa e di impossibilità di fuggire verso le distrazioni momentanee.

Come in altri romanzi, anche in questo, Saul Bellow ci offre protagonisti che nell’apice delle proprie speranze dei risultati conseguiti, nel continuare in modo coerente a conferire un senso del proprio operato, affrontano il dilemma che porta alla crescita o alla dissoluzione. Vi è la consapevole e dolorosa ammissione di essere limitati e non così onnipotenti e giusti come si crede, e vi è il bisogno del mondo e di chi sta vicino per vivere nella speranza di migliorare e di mantenere il tesoro del proprio sé vivo nella memoria e nelle speranze del futuro.

CONSIGLI DI LETTURA: Autonomous di Annalee Newitz

Autonomous di Annalee Newitz (Autore), Annarita Guarnieri
(Traduttore), 2017, Fanucci Editore, Roma
(Ed. Originale: 2017, Tor Books -NY – USA)

Il romanzo pone il tema del libero arbitrio relativo alla facoltà di poter deliberare rispetto ai dilemmi e alle situazioni che impongono azioni capitali rispetto al proprio orizzonte di valori. Stante la capacità di rendere antropomorfe le cose e le entità biologiche diverse dagli esseri umani, queste se poste in relazione con il vivere quotidiano, entrano di diritto nei nostri sistemi etici. La tesi di fondo è dunque traslata da Annalee Newitz in un futuro fantascientifico ove i robot acquisiscono in modo progressivo una autonomia di azione rispetto a comandi predeterminati, fino a disporre una gamma crescente di proprietà emergenti, nelle capacità di riflessione e nella dotazione di processi mentali e fisici per i quali, in modo analogico, i protagonisti li definiscono come “sentimenti”.

Nel romanzo appaiono temi classici della fantascienza relativi ai robot, a partire da Isaac Asimov, il quale li riprende dal tema del Golem: della capacità dell’uomo di conferire un afflato di vita ad oggetti inanimati, in modo subordinato e difettoso rispetto a quello che era considerato il tocco divino.

La pretesa irresistibile di conferire un significato omologo in termini di agire e di valori a ciò che è esterno rispetto alla comunità degli esseri viventi, è il luogo eminente della contraddizione, la quale in termini narrativi genera i conflitti, ovvero la discrasia della nostra interpretazione del mondo, e il mondo stesso che risponde in modo inconoscibile, imprevedibile e quindi pericoloso perché insensato.

In più, essendo le creature da noi generate, proiezioni del nostro stesso agire, ecco che le trame innestano un climax di nemesi, di punizione o di catarsi.

La trama si innesta in uno sviluppo tecnologico e sociale che impone una sempre maggiore produttività, per la quale gli individui sono costretti a dotarsi di caratteristiche di efficienza tipiche dei robot e di sottostare anche alle loro condizioni di schiavi, o per meglio dire di esecutori inanimati privi di una soggettività rivendicativa alla pari in termini di contratti e di patti relativi al lavoro, al diritto e alla remunerazione. Gli innesti tecnologici e la farmacologia divengono gli strumenti più utili o per sopravvivere o per soccombere. Se i robot sono schiavi, anche gli individui possono esserlo, con il nome di “apprendisti”.

Le multinazionali farmaceutiche e i processi economici di quello che in modo mitico è definito il “capitalismo” sono i due epicentri dati per assodati, nei quali la protagonista assume il ruolo di un Robin Hood di farmaci per tutti. Tale condivisione, però, diffonde il veleno e strumenti che annichiliscono totalmente gli apprendisti. Ingiustamente accusata, cerca di difendersi, anche perché essendo stata una ricercatrice farmaceutica e poi una pirata che rubava i farmaci e ne sintetizzava di propri per donarli a tutti, ora è accusata di essere una avvelenatrice delle masse.

Il romanzo si incentra su tale fuga e nel tentativo di svelare i veri responsabili del misfatto, i quali nel perseguire i profitti a tutti i costi, non tengono conto di distruggere le stesse risorse che intendono sfruttare. Cacciatori e cacciati si servono di robot e di umani ridotti in condizioni di servaggio. Gli stessi robot hanno la possibilità di aver innestato cortecce umane dei deceduti, acquisendo così in modo progressivo tratti simili a quelli umani.

Umani, robot, bot umanoidi, apprendisti, schiavi, tutti assieme cercano di portarsi a un livello paritario di relazione, ognuno perseguendo l’illusione di aver qualche tratto comune. La prosa è diretta, varia e modulata in base alle caratteristiche psicofisiche dei protagonisti che sono via via ben delineati, con una narrazione parallela tra il presente ed eventi che risalgono a più di 25 anni prima, i quali svelano man mano le cause che hanno portato agli assetti attuali, e a continui colpi di scena che rendono i personaggi sempre più complessi.

L’autrice utilizza lo schema classico e riduttivo del capitalismo e delle cattive case farmaceutiche come un luogo comune e di immediata intesa per il lettore. Ciò rende più accessibile la riflessione etica che propone la narrazione, da diventare quasi irriflessa. Dal punto di vista del ritmo è una scelta che rende la scansione degli eventi avvincente e ipnotica nella possibilità di immedesimarsi con ognuno, rispetto ai dilemmi, alle speranze, ai rimpianti, agli amori, ai desideri erotici. Tale scelta, però, potrebbe essere considerata un limite, perché tale visione è del presente e sembra traslata nel futuro, vista come il limite e il vincolo di una visione messianica secondo la quale questo fantasma di “capitalismo” e delle multinazionali farmaceutiche siano il luogo del male. Certo l’autrice non ha le pretese di porre un trattato economico, o scientifico tecnico, o politico ideologico. Questo tema che è divenuto un luogo comune è sì un veicolo economico e comodo per attirare i lettori con la suggestione, in modo poi da ridursi in un ambito prettamente psicologico e biografico, con pregevoli variazioni di ritmo e di sintassi, oltre che nella relazione intra e inter psichica dei soggetti, ma debole però nella coerenza delle relazioni di fondo.

Non è un caso che verso la fine, molte risposte rimangono aperte. D’altro canto è un romanzo, non un trattato di etica. In ogni caso ci stimola a riflettere non tanto sul dilemma delle singole scelte, ma di noi come persone, nel nostro vivere quotidiano e della nostra capacità di resistere agli ordini imposti o della logica comune, nel prendersi la responsabilità di ragionare e di scegliere in modo onesto, non facile, nel perseguire il bene, più che per la contingente convenienza, ma che comporta comunque una colpa e una mancanza.

Ed è qui il dilemma che emerge, forse inespresso alla stessa autrice: la necessità di adottare scelte radicali, dichiarando la propria autonomia di giudizio, correla una responsabilità senza sconti sul proprio operato. Se la si accetta, si mantiene la speranza di definirsi umani in quanto dotati di libero arbitrio, se la si rifiuta, si scappa dal bisogno di render conto della propria biografia, ma ciò comporta la rinuncia a considerarsi un soggetto autonomo.

Il romanzo tenta di coinvolgere il lettore in una comunità di senzienti che non possono fare a meno di assumere tale onere, perché la fuga di tale peso, comporterebbe la perdita di tutto. E ciò si dispiega tra i desideri degli umani di convincersi e di sperare di poter chiarire il nucleo del proprio io e delle facoltà di oltrepassare le proprie limitate facoltà mentali, sentimentali ed emotive, nella capacità di riflettere sulla propria natura in divenire.

È un romanzo che alterna i ritmi, le situazioni del passato e del futuro, il contrappunto delle speranze e dei rimpianti dei protagonisti, per delineare il nucleo del dilemma: chi sono io nella facoltà di poter deliberare?

CONSIGLI DI LETTURA: Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky di Giulio Ravizza

È un romanzo incredibile tratto da vicende realmente accadute che furono considerate assurde da coloro che, direttamente e non, ne furono implicati. La materia prima di questa biografia è un sogno incarnato in una illusione che dà corpo a una avventura ancora in divenire.

Un bimbo di una famiglia di aristocratici che subiscono i rivolgimenti della rivoluzione russa del 1917, la guerra civile, l’emergere dei bolscevichi, Lenin, Stalin, le epurazioni, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

Igor subisce i traumi della casa incendiata, gli arresti e la deportazione, le fughe e le vicissitudini della famiglia a sopravvivere alla morte, alla Siberia, combattendo però in una situazione ai margini, dove addirittura la razione quotidiana di cibo non era garantita, se non sottratta.

Dalla famiglia, faticosamente, ricevette una educazione consona al suo stato precedente, rispetto ai rivolgimenti seguenti alla prima guerra mondiale. Nonostante dovette nascondere la conoscenza della lingua francese. Intraprese gli studi di una educazione formale di base e soprattutto riguardo alle arti, in particolare alla pittura, alla serigrafia al disegno. I genitori con tripli salti mortali riuscirono a garantirgli di seguire l’accademia.

Vi sono stati anche parenti realmente vissuti che poi fecero parte del sistema di repressione sovietico, dissimulando le loro origini, causando dolore, morte, con l’inganno, la truffa, il tradimento anche contro i loro stessi cari. Le vicende di Igor mostrano la quotidianità del sistema imperiale, poi sovietico di Stalin e poi ancora quello di Breznev, condito dalla corruzione, dal controllo, dalla repressione costante in ambito pubblico e privato, dove gli avanzamenti in termini di servizi, di tecnologia, erano raggiunti a spese di sacrifici orrendi, usando la minaccia, la carcerazione, il lavoro schiavistico coatto a partire dai campi di lavoro e di morte siberiani.

Oggi diremmo che Igor, forse anche per i traumi e le vicende che visse ogni giorno, non ultimo anche l’alcoolismo e la brutalità del padre, avesse un comportamento bipolare ossessivo, con altre “disfunzioni”. In ogni caso, dovendo subire la repressione artistica e creativa, lui e tutti gli artisti di questo nuovo paradiso sovietico, per dipingere il realismo socialista che celebra il lavoratore modello del nuovo zar – segretario di partito, e considerare una degenerazione capitalista ogni altra forma di arte, intraprese una resistenza attiva che durò per tutta la sua vita.

Le avventure a cui incorse nel romanzo potrebbero sembrare inventate, e invece, dallo stupore e dalla straordinarietà per la meraviglia di godere della lettura, si ricava che è tutto vero. Per fornire un manufatto letterario lo scrittore giornalista Giulio Ravizza ha dovuto inventare alcuni tropi nel descrivere il corso quotidiano dei giorni.

Ciò è dovuto alla condizione di collaborazione che anni fa, prima ancora delle tragedie di guerra attuale, Giulio Ravizza ebbe con gli enti locali alla cultura russa, in particolare in quelle zone del Kazakistan, in una località desertica che fa già fatica a scriverla, e per questo ne consiglio la lettura. Una zona morta dove si svolgevano attività di guerra segreta sperimentando di tutto e di più. Infatti, Stalin volle che in quei luoghi vi fosse la maggiore produzione di cotone nel mondo, ottenendo il risultato, come l’altro suo compare Mao, di desertificare ancora di più il tutto, di creare rivolgimenti ecologici disastrosi con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, anzi delle popolazioni che qui erano miste tra quelle turche e quelle mongole. In un paese come quello delle Russia che ha 140 minoranze linguistiche.

Nei suoi viaggi di conoscenza archeologica, e culturale, che già allo scrittore apparivano assurdi e fuori dal tempo, incappa in una città capoluogo di quel posto (che lascio innominato per invogliarvi alla lettura, e sì esiste veramente e nel romanzo si narrano le vicende di come crebbe: pazzesche anche queste), dove vi è un museo in cui sono raccolte migliaia e migliaia di opere pittoriche e non degli artisti epurati, censurati, incarcerati, uccisi dal regime sovietico dall’avvento di Stalin fino al crollo dell’URSS. Opere che avrebbero dovuto essere state distrutte. Una quantità di libere espressioni artistiche vicine ai dibattiti e alle correnti coeve in Europa, in Usa e negli altri continenti. Opere di critica e di opposizione al regime oppressivo e carcerario.

Igor tra mille avventure, con un’arte di dissimulazione, inganno, creatività, improvvisazione degna dei fratelli Marx (i comici degli anni trenta in USA) con i soldi presi dallo stesso ministero della cultura sovietica per creare un museo sovietico ad hoc per acculturare i popoli alle periferie di questo impero, viaggiò per tutte le Russie, in cerca di questi quadri nelle case delle vedove, nei magazzini abbandonati, in mille altri posti nascosti. Prometteva di pagare, assumendo il ruolo di debitore di tutti, riciclando i soldi per i viaggi, per la possibilità di “acquisire” in modo informale le tele e al di là della legge tutto quello che poteva, al di là della legge. Fino a prendere a prestito illimitato i materiali di uso per la cura delle tele, e tutti i manufatti edili che servivano per la costruzione del museo.

Ebbe per alleati le personalità più importanti del luogo, sobillandole e convincendole di questa pazza impresa volta a creare un doppio museo nascosto, in cui raccogliere tutto ciò che il sistema sovietico opprimeva in termini di creatività, di arte, di libera espressione.

Comici e coinvolgenti i suoi stratagemmi nell’ingannare gli ispettori dei ministeri e dello stesso KGB. Lui, che negli anni, assunse un aspetto più trasandato di uno spaventapasseri, che dimenticava persino di mangiare, riducendosi a uno scheletro, rimettendoci la salute nell’usare composti chimici per la salvaguardia e la ripulitura delle opere archeologiche. Fino a morirne. Ossessionato fino allo sfinimento, obbligato da chi gli stava vicino a dover riposare.

Si rimane stupefatti dall’uso di materiali di scarto, di risulta, per conseguire i suoi scopi, e di come a livello amministrativo usasse la stessa burocrazia sovietica per ingannarla e incepparla. Eppure tutto ciò accadde veramente. Questo romanzo va letto per comprendere l’assurdità delle dittature che vogliono essere totalitarie, crudeli, talvolta efficienti nell’opprimere, ma alla lungo autofaghe, ottuse, fragili, assurde, ma tremendamente reali nel causare il dolore, e la morte.

Il museo esiste ancora oggi. Ancora oggi quel luogo e tutta la Russia subisce la censura e il controllo. Specialmente a livello artistico anche con le nuove tecnologie. La direttrice del museo chiede visibilità e contributi per mantenere vivo questo tesoro unico, che svela tanto di ciò che ancora si deve conoscere dei decenni passati e di questi artisti che anche nella denuncia, nel dolore, hanno portato il bello e l’arte come approdo attorno a un mare nero di violenza.

Va dato un encomio all’autore, che ancor prima di essere un romanziere, ha impiegato mesi e mesi nella veste di un giornalista investigativo a raccogliere, le foto, i ricordi, interviste, tracce di questo personaggio sparse nel tempo, e nei luoghi, e negli archivi in modo da raccordare gli eventi più che decennali che hanno contraddistinto una vita per uno scopo unico volto alla creazione di un luogo nascosto in un deserto nascosto dal regime, creando un museo doppio accondiscendente al potere, usando gli stessi soldi e risorse del regime censorio.

È un inganno comico e tragico. Traspare uno scopo e una tensione commovente, tra l’amore, la speranza, e le vite interrotte di chi voleva solo godere dell’arte, dell’amicizia, degli abbracci e della condivisione, anche quelle artistica che è universale.

È una lettura che ci arricchisce e che fa nascere una tenera compassione almeno per rendere conto di un senso di giustizia nella memoria verso coloro che furono crudelmente affogati nell’oblio.

CONSIGLI DI LETTURA: La resa dei conti di Saul Bellow

La resa dei conti di Saul Bellow,
(ed. originale, Seize the Day, 1956),
traduzione di Floriana Bossi, Mondadori,
Milano, 2000

Il romanzo ci pone una domanda e un dilemma: cosa intendiamo quando giunge un giudizio universale che riguarda noi stessi? Ovvero il decreto indefettibile che si rivolge alla totalità del nostro vivere. Si è soli, totalmente soli, ogni imputazione e recriminazione e difesa è rivolta solo a noi stessi. Vi è un solo specchio e guarda solo te. Non vi è altro. Il giudizio universale che riguarda te, assume che tu sia proprietario e unico responsabile del tuo vivere. Dove il tuo vivere è imputabile e di pertinenza unica, irriproducibile, e libera in base alle tue facoltà senzienti.

Tu sei signore e padrone del tuo vivere, anche nella incertezza del mondo. Certo: non sei in un paradiso stabile e sicuro. Non hai la mappa del divenire. L’ignorare ciò che è al di là della tua vista, e la consapevolezza della tua intrinseca limitatezza nell’universo, però non esclude la certezza che tu sia questo individuo che può pensare e discernere, anche se impotente magari rispetto agli sconvolgimenti cosmici. Nulla toglie la tua esclusiva responsabilità, perché tu, e io, quando diciamo “me” intendiamo una individuazione che pensa e che si reputa un soggetto.

Il giudizio universale rende conto del tuo operare e del tuo scegliere, e usa proprio l’etica che tu formuli. Adegua il linguaggio con quello tuo. Tanto hai giudicato ed agito, quanto riceverai le domande e il giudizio su ciò che è accaduto. E non puoi mentire, perché il giudizio universale rende conto anche delle tue bugie ed omissioni. Niente di ciò che sei, è lasciato nello sfondo.

La reazione istintiva e primaria rispetto a questo annuncio che chiama solo te, è quella di scappare, di non sentire, di mimesi riguardo ai propri pensieri rispetto a ciò che ci circonda. La fuga, la negazione, la bugia di difesa, sono le prime reazioni che però non vengono sminuite, anzi si aggiungono al materiale del tuo vivere, e diventano un ulteriore oggetto di giudizio.

La seconda reazione, che forse è anche concomitante alla prima, è quella di mentire a sé stessi. Convincersi che non si è agito così, anzi, che non si è mai pensato di intendere tale volontà. Ed è qui che si diventa ostinati, perché entra l’orgoglio, la reticenza, l’ostinazione: i baluardi disperati che tentano di coprire la vergogna, che però utilizzano gli stessi materiali e strumenti che hanno comportato lo svilimento, l’ignavia, la corruzione, la viltà, e l’incoerenza.

Tanto più cerchi di nascondere tutto e nasconderti, tanto più accresci ciò che rifiuti. Non puoi combattere contro te stesso. Puoi volontariamente arrecarti del male, ma non lo compie ciò che è oltre te. È sempre la tua persona che si infligge una punizione: non puoi scappare. L’illusione del lamento, e dell’imputazione di colpa al destino, al mondo, e magari anche a chi effettivamente ti ha arrecato del male, non allevia o svia l’annuncio della resa dei conti.

È ben chiaro che chi magari ci ha arrecato del male, sia anche lui responsabile, ma non esclude ciò che sei. Hai il diritto di pretendere giustizia da chi è a te ostile, ma proprio per questo, tale argomento, perché sia consistente, non può non rivolgersi anche a te, indipendentemente da ciò che gli altri hanno compiuto verso la tua persona. Puoi rivendicate tutto contro di loro, ma non puoi scappare da quel piccolo cavo buio che tieni celato dove alberga la tua parte più intima.

Che dilemma: più scappo, e più provo quanto è imputabile dal giudizio. E se accetto, liberamente assumo una relazione necessaria, dove non ho scelta di non subirla.

Eppure su questo, abbiamo fiducia, e ci relazioniamo ogni giorno attraverso la convinzione che esista una coerenza e un senso del nostro vivere e su ciò che siamo.

Se non accetto il giudizio universale, non posso capire e fornire un senso compiuto del mio vissuto, ovvero di me stesso. Rifiuto che io sia stato, cioè che io sia: la massima contraddizione, la follia più radicale, il dolore autoinflitto incommensurabile. Se fuggo, subisco la pena infinita. Se accetto, la subirò comunque, magari attenuata, ma con un dolore sconfinato.

Ed è qui il dubbio argomentativo, il dilemma etico: all’interno di questo dolore sconfinato ho una speranza? Come posso agire?

Il romanzo di Saul Bellow crea uno stato di apnea, perché il protagonista in questo unico giorno affronta problemi che persistono da anni e sono irresoluti, ripete conflitti familiari, e formali, che sa già di aver posto interazioni perdenti, in cui ha mostrato la mediocre viltà. Eppure questo figlio, marito divorziato, fallito economicamente, con una bellezza che sfuma e un fare trasandato che svilisce ciò che è stato, ha però l’intelligenza e il candore di capire ciò. Questo giorno non rifiuta e non scappa al giudizio che lo persegue da anni: ora è costretto per eventi esterni drammatici ad affrontare sé stesso. Passando da avventurieri, dal giudizio e dal disprezzo che il padre ha verso di lui, dal disgusto e dalla vendetta che pone la sua ex moglie, e dal fallimento di tutto, oltre che un inizio del disfacimento fisico, chiede comprensione. Chiede un atto di umanità.

È una richiesta subdola, che cerca di non rispondere alle sue mancanze. Il romanzo si snoda in questa tensione crescente. In questo uomo appeso a un burrone che con le mani cerca di aggrapparsi, e il lettore vuole continuare a leggere per vedere fino a che punto arriva l’abisso.

Si ha l’apnea, perché ognuno di noi, avverte un richiamo: riguarda anche la nostra storia: già è innanzi e non possiamo fuggire. Non possiamo nasconderci a chi ha inventato tutte le bugie e le menzogne che pratichiamo a noi stessi, iniziando la mattina quando ci guardiamo allo specchio.

Saul Bellow ha scritto un romanzo con un ritmo che non ha sbavature, con un lento crescendo e con oscillazioni di ritmo che permette al lettore di lasciar emergere l’intero spettro emotivo.

Nell’estrema tragedia, forse, questo individuo così misero ha però la possibilità di un atto di coraggio, di non rinunciare a una visione per la quale tutto sia abisso, che convola in un sentiero sempre più angusto e senza luce. Forse l’assunzione dell’estremo dolore derivato da una piena consapevolezza del proprio vivere, apre il cuore e la compassione verso l’altro. E questa, nell’estrema disperazione, è possibile che dia il coraggio incommensurabile nell’estendere le proprie cognizioni e sentimenti anche a chi non è la nostra persona. Comprendere la comune natura dei giudizi universali altrui. Il massimo slancio che tenta di andare oltre il proprio sé, ovvero il piccolo cerchio con il quale abbiamo costruito il “io”.

Uno stile inconfondibile, non eccessivamente truculento o isterico. Piano, lento, descrittivo, ma con un ritmo che segue la logica dei concetti espressi e degli stati emotivi dei protagonisti in un modo così naturale da essere quasi trasparente. Già la completa visibilità: ciò che è la base del Giudizio universale.

Una grande opera per il dilemma più terribile o forse la speranza più attesa.

CONSIGLI DI LETTURA: I cronoliti di Robert Charles Wilson

I cronoliti (Urania) di Robert Charles Wilson, 2023
(Prima ed. The Chronoliths, 2001),
trad. Annarita Guarnieri, Mondadori, Milano

È un romanzo avvincente che tiene la curiosità fino allo spasimo mantenendo il mistero e la tensione nei vari climax che si susseguono fino all’epilogo.

Vi è una ottima intuizione fantascientifica che utilizza la nozione del tempo. Questa non è originale in sé, piuttosto l’uso in rapporto alle conoscenze che abbiamo oggi riguardo al campo della ricerca della gravità, della linea temporale dell’universo, alle particelle subatomiche.

Vi è l’idea di usare il paradosso temporale in cui la possibilità di ritornare nel passato implica la possibilità di modificare il futuro, attraverso azioni nel presente che mantengano la memoria di ciò che sarà. È un espediente usato copiosamente nella letteratura fantascientifica. In questo romanzo, però, vi è il tentativo di rendere verosimile la struttura portante della trama, con ipotesi relative alla teoria della gravitazione relativistica, alla geometria differenziale e ai coni temporali che sono patrimonio della ricerca scientifica attuale.

È una composizione letteraria che può inscritta nella categoria della fantascienza dura, per la quale sono utilizzate le particelle subatomiche come i tauoni e la possibilità che il viaggio nel tempo sia considerato come un moto nello spazio. Lo scorrere del tempo è inteso come un piano tangente di due curve (a più dimensioni) che si toccano in un punto (o più in dettaglio un intorno infinitesimo di questo punto) che è il presente.

In una logica classica il tempo è unidirezionale, e quindi la curva del quasi passato trae a sé il presente, mentre quella del futuro, cerca di prenderlo nel verso opposto. Nel momento che il presente è toccato, tale evento annichilisce entrambe le curve nella veste di materia (subatomica) e nel correlato di energia, in un processo continuo che è a più dimensioni, ma dal punto di vista nostro, che è a tre dimensioni (quattro con il tempo relativistico), esso si riduce a un moto unidirezionale.

L’espediente fantascientifico consiste nel ritenere che il piano del presente sia poroso e che la proiezione inversa del futuro verso di esso, per opera di un sapiente uso dei tauoni con livelli controllati di energia e di trasporto di materia, possa essere realizzata in punta di spilli, come se si usasse un pettine per districare le masse informi tra quell’intorno infinitesimo zona di nessuno tra la curva del futuro e il piano del presente, per arrivare alla nuca (cioè l’istante del presente)*.

*in matematica tale pettine richiama la nozione di fibrato tensoriale (è un tipo di spazio vettoriale in cui a ogni punto di una base è associato uno spazio vettoriale che è il prodotto tensoriale delle fibre di un altro fibrato. Questo concetto unisce le idee di fibrati (spazi che associano un fascio di fibre a una base) e di prodotto tensoriale (un modo per combinare spazi vettoriali) per creare una nuova struttura geometrica).

Insomma è come se avessimo un palloncino gonfiato e di tessuto spesso e resistente (cosparso di olio, e quindi scivoloso), in cui nella superficie lentamente appoggiassimo un pettine e poi curvandolo un poco, e operando una pressione, i denti affondassero nella superficie curvandola (senza romperla, altrimenti il presente affonderebbe subito nel passato, portandosi dietro tutto) fino a toccare lo spazio del presente voluto, che, in quel preciso momento con quella determinata energia e materia correlata, trasporta i cronoliti.  

Attenzione il trasporto è temporale, non spaziale, perché nel futuro il cronolite è stato costruito nello stesso luogo.

(perdonate la mia prolissità nel soffermarmi in questo espediente iniziale, ma ho cercato per le mie conoscenze di fisica che non sono quelle di un premio Nobel, di esplicitare l’insieme dei concetti usati. Con un pettine e un palloncino ho cercato per analogia quasi poetica di sintetizzare qualche nozione fondamentale della teoria della relatività, della meccanica quantistica, della fisica teoria applicata a quella subatomica, e della matematica super avanzata dei fibrati tensoriali e delle varietà a n-dimensioni spinoriali!!!! – Se qualcuno ha delle perplessità, non preoccupatevi, rileggendomi non mi sono capito neppure io   )

I cronoliti sono grandi parallelepipedi che appaiono quasi dal nulla, e si innestano come totem in dimensioni sempre più estese. La loro comparsa è preceduta da cambiamenti atmosferici e da campi ionizzati. Nel momento della loro comparsa, risucchiano calore e materia, causando disastri nel raggio di più chilometri, oltre a una momentanea glaciazione. Vi è una ottima spiegazione razionale dei processi fisici e subatomici relativistici che è altamente sofisticata, che però ricordo, si poggia sempre sull’espediente fantascientifico iniziale.

Diciamocelo qui, tra di noi, per non farlo sapere ai futuri scrittori di fantascienza per non tarpare le loro ali creative: seppure nello stesso libro è descritto, ma giustificato con una tecnologia che controlli i tauoni, per poter andare indietro nel tempo, trasportando la massa, oppure una energia tale da farla convertire in materia, occorrerebbe una energia tendenzialmente infinita quasi quanto quella dell’universo.

Comunque il dato di fatto avvincente è che nei cronoliti vi sono immagini e messaggi che avvertono dell’avvento e della vittoria del Kuin. Si suppone che sia un leader, o un regno, o una nuova entità nazionale, che dominerà il mondo a breve e trasformerà tutto. E pone dei messaggi in cui prevede sommovimenti e rivolte in varie parti del mondo.

Il modo con il quale appare bucando letteralmente le città, causando quindi decine di migliaia di morti, innesta processi sociali di fede, idolatria, paura, in un crescendo irrazionale che porta alla ricerca dei santoni, dei profeti di questa era, particolarmente diffusi tra le generazioni più giovani: le più esposte all’apocalisse prossima ventura.

Vi sono gli enti nazionali che tentano di combattere e di contrastare i cronoliti e le correnti temporali unidirezionali che tali messaggi intendono realizzare in questo cortocircuito temporale.

E qui vi sono i protagonisti i quali si impegnano a contrastare la disgregazione sociale, la crisi economica, il conflitto intergenerazionale, e la guerra totale che si sta approssimando nei continenti.

La trama oscilla tra un piano collettivo a quello individuale, di famiglie che nascono e si disgregano, e della incomunicabilità tra le coorti generazionali, tra i genitori e i figli. Tra gli errori dei primi, e quelli ancora più gravi dei secondi. Vi sono descrizioni psicologiche approfondite che vengono centellinate con indizi che portano poi a rendere coerenti le loro azioni, mostrando quindi personaggi che evolvono e mostrano parti sempre più complesse del loro pensare e dei motivi sottostanti.

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Sebbene sia stato scritto nel 2001 in corrispondenza del crollo delle due torri gemelle, e quindi del senso di insicurezza, che svegliò il mondo dal sogno di un futuro senza conflitti, l’autore cerca di analizzare in più aspetti l’insieme dei processi sociali, e dei meccanismi psicologici individuali, e delle elaborazioni simboliche collettive che portano ad assumere l’interazione con gli altri in modo divisivo, apertamente conflittuale, dove si rifiutano parti terze istituzionali che regolano gli scambi, le esigenze, le normali relazioni con il prossimo. E quindi nel ritorno ancestrale della ricerca del Leviatano che tenta di frenare l’essere umano che è sempre un lupo.

Nel romanzo appaiono fenomeni di idolatria che inducono a ritenere sempre vero il proprio punto di vista, con la convinzione che il punto di vista degli altri sia il male, e che quindi non vi è una possibilità di coesistenza. O io o gli altri, e io sono nel giusto, e tutti pensano come me, ovvero gli altri come me, il gruppo, il clan, la nazione che si fonda su valori ancestrali, sul popolo.

Appare il fenomeno del populismo che cerca il leader condottiero, il messia che porta il bene, trasformando il presente in un rivolgimento: In una prossima e salvifica apocalisse.

Sembra un romanzo scritto oggi, per tutto quello che sta accadendo nel mondo, in un ritorno di uno scambio commerciale e di produzione locale, in guerra con gli altri, nel confine delle nazioni come una linea di guerra e di trincea, nel disprezzo delle democrazie e quindi nell’aspirare a colui che esprime i bisogni e le paure di una massa acefala e indistinta, in cui questi individui che credono di essere il mondo, annichiliscono l’un l’altro in un urlo di rivendicazione e di violenza.

Il romanzo gioca tra la razionalità e la pulsione di distruzione. È una ottima palestra per noi stessi, nella vita quotidiana, nel godere di questa lettura che ha più piani di azione paralleli, con dialoghi non banali, con una ottima introspezione psicologica, con scene di azioni avvincenti, e con climax che sanno tenerci in tensione e coinvolgerci nella gamma delle emozioni evocate.

È un bel romanzo di fantascienza hard, la cui lettura va consigliata a tutti.

CONSIGLI DI LETTURA: Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf (Autore), Bertil Lybeck (Illustratore), Laura Cangemi (Traduttore), 2017 (Nils Holgerssons underbara resa genom Sverige, 1906) Iperborea Edizioni, Milano

È un viaggio di formazione di un adolescente che incrocia quello della Svezia nei secoli e nei miti, attraverso un viaggio nei territori e nei mari che ne furono e ne sono il suo guscio.

È un racconto magico che incarna il mito di crescita proprio di Pinocchio e di Peter Pan. Il protagonista è uno scansafatiche dispettoso tenuto faticosamente sotto controllo dai propri genitori, che, nonostante le preoccupazioni per il loro futuro di incertezza economica, lo trattano relativamente con pazienza e comprensione. Un giorno però, per le sue birberie, è trasformato in un troll minuscolo senza però averne i poteri e quindi alla mercede di chiunque, anche animali di piccola taglia. Ha però una qualità: riesce a capire e a esprimersi nei linguaggi degli animali, prevalentemente quelli vertebrati (uccelli, mammiferi, rettili, anfibi e pesci).

Riesce a scampare ai primi pericoli e aggressioni, chiedendo soccorso al papero che soggiornava fuori della sua casa, il quale mostrò una notevole reticenza, dato le angherie ricevute, ma alla fine cedette. E fuggendo dalla casa, e portandolo con sé, entrambi respinti in prima istanza, riuscirono a unirsi a uno stormo di oche selvatiche in viaggio verso il nord per la deposizione delle uova, data la primavera inoltrata.

E qui inizia un viaggio fantastico, pieno di avventure dove percorrono l’intera Svezia, passando per la Finlandia e per la Lapponia, cercando di difendersi dai rapaci, dalle volpi e da tanti altri pericoli, tra i quali quello più letale: l’uomo.

Se in un primo momento Nils è appena sopportato data la pessima fama per cui era noto tra tutti gli animali, piano piano, riesce ad essere di aiuto, per la sua agilità, inventiva e creatività, salvando le oche e tanti altri animali da morte certa.

La scrittrice Selma Lagerlöf è di una bravura impressionante perché non crea un mondo magico separato da quello umano, infatti entrambi convivono e si relazionano in una mutua relazione, in base anche ai mutamenti geologici e più in particolare morfologici dell’intera penisola scandinava.

Il mito non è altro, o posto in un tempo lontano, o in una dimensione parallela. Gli animali assumono un tono antropomorfo, mantenendo però le loro caratteristiche etologiche. L’autrice si sforza di pensare e di immaginare le esigenze, le sensazioni degli animali nel momento in cui noi riuscissimo a intenderli, e lo fa in un modo verosimile da vera etologa.

Ogni paese, o fiume, o affluente, catena montuoso è vista come una entità vivente che si sviluppa, soffre, cresce, anche per mano dell’uomo. Tale relazione tra il mito, il magico, l’incanto, la leggenda, la memoria, le storie quotidiane, i racconti sono intessuti in una narrazione in cui le figure mitiche, gli umani, gli animali, i personaggi delle favole, convivono, parlano, e interagiscono, seppure usando tempi e modi diversi, non direttamente comprensibili, ma intuibili.

Gli umani non possono certamente dialogare con i grandi laghi, gli alberi i boschi in cammino, ma capiscono gli sviluppi futuri e i mutamenti in atto sia per le loro operose attività economiche quotidiane, lo sviluppo della scienza, e le narrazioni mitiche, dove ogni elemento dei luoghi acquisiscono una anima, o per meglio dire uno spirito della materia, degli elementi principali. È una vera cosmogonia animistica.

E qui si sente veramente un tratto ancestrale dei popoli che si approssimano al Polo Nord, e in particolare quello svedese, un senso intimo, diretto del proprio corpo, del proprio destino, e di una teoria del mutamento e del divenire che è corrispondente con quello dei luoghi natii e di confine. I monti parlano e soffrono, come i boschi e i laghi, e se è per opera dell’uomo, ne ricevono il risultato, come è vero anche il contrario. Ovvero la presa di coscienza degli umani circa la responsabilità delle proprie azioni, e quindi la messa in tema di un’etica che spinge ad agire cercando un benessere comune e generalizzato, permette lo sviluppo delle terre, della flora, e quindi una nuova ed equilibrata convivenza con gli animali.

L’autrice poi, mostra in modo avvincente e divertente le gare, i battibecchi, i conflitti e le alleanze tra gli stessi animali. È di un livello narrativo sopra ogni classifica quando narra, ad esempio, la gara di acrobazie e di voli di squadra di diverse specie di uccelli nei luoghi di sosta di ritrovo, dove si cominciano a creare i primi nidi per alcuni. Sembra di stare in una serie di Quark con Piero Angela, ma narrato il tutto con uno stile, e una tensione che lascia a bocca aperta, e ci fa sentire così piccoli, superficiali, ingrati verso gli uccelli e gli animali in genere da non apprezzare le loro qualità intrinseche e le strategie di sopravvivenza, nonché quelle di mutua alleanza e di relazione, non inventate, ma vere, verissime.

Esteticamente si ha subito un desiderio di porsi in contatto con ciò che noi chiamiamo natura intendendolo un confine inanimato. È invece un universo in cammino nel quale noi stessi ne facciamo parte, dal quale ne traiamo da vivere ed è anche intriso di pericoli.

E questa conoscenza e storia di apprendimento vale per il piccolo Nils, perché viaggiando in groppa alle oche, vede tanto della Svezia, e sente i racconti degli animali che fanno dei luoghi, e apprende tutto quello che non studiò a scuola, anzi di più, sentendolo in carne ed ossa, ponendosi in relazione anche conflittuale, per salvare gli stessi compagni di viaggio, dalle figure storiche che riprendono vita, come anche quelle delle fiabe e delle leggende.

Oltre ad essere un cammino magico alla Peter Pan, è però anche reale, perché è ambientato al tempo contemporaneo della scrittrice, che è di inizio novecento, un momento storico di grande industrializzazione della Svezia, accompagnato da una diffusione della conoscenza scientifica e dallo sviluppo della tecnica e della tecnologia, avendo un senso della ricerca scientifica sempre più sviluppato. È quindi anche un percorso di formazione simile a Pel di Carota e di Gianburrasca, bimbi che diventano adulti in senso alla società reale, non magica.

Nils, continuando ad avere le fattezze di un troll, con solo una capacità a correre veloce come un furetto e una agilità di uno scoiattolo, abbraccia l’intera penisola Scandinava e acquisisce una responsabilità da adulto e prova affetto sincero per tutti.

È un romanzo che fa sorridere, commuovere, e apre il cuore del lettore e il desiderio di volare e di guardare oltre il proprio orizzonte. Invita a venire a patti con il proprio luogo d’origine, a ritornare alle proprie radici, ma non per rimanerne lì protetti e immoti come in un guscio primordiale. Sarebbe innaturale con la conseguenza di ottenere una vecchiaia muta e ignara. No. Si ritorna a guardare sé stessi nel proprio inconscio collettivo storico, per rinascere assieme a tutti. Non si vuole soltanto che quell’albero cresca con nuovi rami, ma che l’intero bosco in tutte le sue varietà si allarghi ed evolve, pensandosi appunto a se stessi come un territorio dotato di flora, di fauna, di torrenti e di monti. In tutte le sue varietà.

Attraverso il racconto e il mito, si porta il proprio passato nel presente cercando rielaborarlo e nell’estenderlo assieme agli altri.

Non è un caso che Selma Lagerlöf sia stata designata del premio Nobel per la letteratura, e che da subito divenne una delle autrici più famose in Svezia e nei paesi nordici.

È un libro tutto da godere che fa sorridere ed evolvere in nuovi stadi del nostro vivere.

CONSIGLI DI LETTURA: Sogni di robot di Isaac Asimov

Sogni di robot di Isaac Asimov (Autore), Mauro Gaffo (Traduttore),
2014, (ed. Originale: Robot Dreams, 1986), Feltrinelli, Milano

È una serie di racconti più che trentennale che segue quella relativa alla serie pubblicata a puntate sulle riviste di fantascienza tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Nei primi scritti le trame erano incentrate nella applicazione delle tre leggi della robotica cui le macchine avrebbero dovuto attenersi nell’eseguire le attività programmate dagli umani, ovvero:

la sicurezza: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”;

il servizio: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge”, ed infine l’autoconservazione: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.

Questi racconti originari erano essenzialmente statici, quasi teatrali nel loro sviluppo e il climax raggiungeva la sua esposizione nel mostrare le eventuali incoerenze o incompletezze dei dettami suddetti in rapporto alla indefinita varietà delle interazioni che gli umani hanno tra di loro e con l’ambiente esterno. Le macchine, in quel decennio, assunsero nella pubblicazione dei racconti, piano piano una forma che si avvicinava in modo progressivo a quella umanoide. Le tecnologie utilizzate erano per il più elettriche, meccaniche pesanti (oli, pistoni) ed elettroniche in particolare quelle precedenti l’uso del silicio e del germanio.

La fisicità di tali macchine era volta a svolgere funzioni ripetibili, seriali, di assistenza che dal punto di vista della catena di montaggio, semplice, univoca con scopi lineari e definiti, a mansioni sempre più complesse tali da divenire sostitutive rispetto alle attività manuali umane più elementari. L’epilogo dei racconti seguiva la coerenza interna di queste tre leggi della robotica, che mostrava però l’impossibilità di assolvere pienamente alle indicazioni degli umani, e in molti casi il fallimento risultava essere tragico.

Nei racconti di “Sogni dei robot” vi è una evoluzione in una forma umanoide più compiuta da parte di queste macchine, tale da svolgere e rappresentare un soggetto dotato di una propria semi autonomia di giudizio nel valutare i dati e di agire di conseguenza.

Le tecnologie usate sono decisamente più elettroniche, perché dai primi anni cinquanta sono usate le terminologie proprie dei protocolli relativi alle valvole termoioniche e dei transistor, e quindi nella prima riduzione spaziale delle macchine e in una maggiore facilità di interazione nei rapporti sociali con gli umani. Oltre allo sviluppo delle facoltà di calcolo e di elaborazione dei dati. Il linguaggio diventa paritetico a quello umano, e via via i concetti diventano sempre più elaborati fino a investire i domini della conoscenza propri della morale e del diritto.

Tale processo dalla seconda metà degli anni sessanta ai primi anni settanta, coinvolge le nuove tecnologie MOS di miniaturizzazione progressiva dei circuiti, nei quali i robot assumono il ruolo di entità capaci di elaborare in modo autonomo le informazioni, e quindi a intraprendere processi di apprendimento (il “Machine Learning”). Le trame dei racconti, quindi, diventano più complesse e gli umani non si rapportano più ai robot come strumenti utili da dover controllare continuamente per evitare conseguenze indesiderate, ma in quanto antagonisti o alleati da tenere in conto per il perseguimento dei propri scopi. La diade robot-umano si amplia verso una triade tra umani, robot, e scopi sia degli umani sia dei robot stessi.

In questa fase i termini usati non sono più meccanici, ma propri dell’elettronica analogica e ora timidamente digitale, e le macchine sono ora descritte con analogie sempre più dirette alle facoltà cognitive, emotive ed esperienziali umane. Il cervello dei robot è una entità positronica: un soggetto, non più una macchina. Vi sono anche abili intuizioni di Isaac Asimov riguardo lo sviluppo delle tecnologie nella costruzione dei circuiti, le possibili soluzioni nell’uso dell’energia per i voli spaziali.

Nell’ultima fase di questi racconti l’orizzonte si amplia a quello del sistema solare, ai voli interstellari e galattici, al potenziamento dei robot che diventano unità non più inscrivibili in un corpo umanoide, ma in complessi decentrati che si identificano anche tra le galassie. I robot diventano soggetti completamente autonomi da quelli umani nel perseguire gli scopi originariamente assegnati, ma che ora acquistano una vita propria, perché tali “macchine” hanno una propria filogenesi e alla fine una capacità di una vera e propria evoluzione.

È interessante rilevare che i temi della morale non riguardano più soltanto i robot, ma assumono un ruolo onnicomprensivo di tutti i protagonisti ove i robot per le loro capacità di calcolo, di elaborazione e di previsione portano alle estreme conseguenze i problemi, le aporie, le possibili soluzioni in un modo indefinitamente più ampio di quello umano. E ciò obbliga tutti a porsi nuovi dilemmi, in qualche caso insolubili e forieri di un fallimento tragico nelle narrazioni.

Godibili gli ultimi e più elaborati racconti che oltrepassano il destino del pianeta Terra, per interrogarsi sulla natura dell’universo e il destino degli umani e dei robot, quasi volto a una mutua trasfigurazione.

I modelli matematici che interpretavano il mutamento, come la “psicostoria” utilizzata nei suoi libri e racconti tra gli anni quaranta e cinquanta, ora perdono la loro capacità predittiva, per incentrarsi sulla probabilità relativa a descrivere il presente sempre più esteso e inconosciuto.

La figura della donna risulta essere ancillare e ancorata ai modelli dei primi racconti, ove i ruoli erano principalmente quelli della moglie, della madre, o della segretaria. Occorre dire che Isaac Asimov non aveva una visione “progressista” relativamente ai decenni su indicati. Eppure, in modo tardivo, negli ultimi e più complessi racconti, ecco che i ruoli femminili sono autonomi e veri Deux ex machina delle narrazioni.

Un aspetto ambivalente di tutto l’opera di Isaac Asimov che per un verso è un limite rispetto ad altri suoi colleghi e dall’altro fu anche un motivo del successo immediato dei suoi racconti, è quello di utilizzare principalmente tipi umani, non extraterrestri, se non in modo sporadico, ma sempre in forma umanizzata, e principalmente del tipo bianco, adulto, occidentale che agisce qui sulla Terra e in ogni angolo dell’universo.  Si pensi al ciclo della “Fondazione” per esempio. Vi era un motivo in origine, perché questa analogia di sviluppo dell’impero romano, doveva essere compiuta da quelli considerati “occidentali” e in particolare da quelli che hanno la fiaccola dell’eredità mitica “greco-romana”, come appunto quella degli Stati Uniti. Lo stesso Asimov lo scrisse in alcuni suoi articoli, che l’editore John W. Campbell, direttore della rivista <<Astounding Stories>> gli impose l’uso di tali espedienti retorici, nell’eventualità della pubblicazione delle sue opere.

Va detto comunque che in seguito, indipendentemente da Campbell, Asimov cambiò tale impostazione, se non proprio in questi ultimi racconti sui robot, nei quali il modello tipico umano perde la sua centralità, a favore di nuovi soggetti e ruoli aventi la piena facoltà di divenire antagonisti e protagonisti nella narrazione.

È una raccolta di scritti godibile alla lettura per la verosimiglianza dell’impiego delle tecnologie, seppure in gran parte fantascientifiche, e nella descrizione dei vincoli dei principi della fisica, della chimica e dell’astronomia. Con Asimov infatti siamo nella fantascienza “hard” e non in quella improvvisata e frammista a espedienti banali del tipo “Il coniglio che esce dal cappello”.

È una lettura utile anche per capire a livello antropologico la visione dei paradigmi scientifici e degli assetti tecnologici che via via comparivano in quei decenni, e di come ci si districasse tra una visione magica e una riflessione epistemologica coerente.

In ogni caso, è sempre dono la lettura di uno scritto di Asimov, perché porta a confrontarsi con i limiti della propria immaginazione. E ciò è uno stimolo irresistibile a migliorare le proprie attitudini di previsione e di formulazione di ipotesi circa se stessi e il mondo circostante.

CONSIGLI DI LETTURA: Jazz di Toni Morrison

Jazz, 2018 (Prima ed. 1992) di Toni Morrison (Autore), Franca Cavagnoli (traduzione) Ed. Frassinelli (Torino)

Lo scrittore che si fa strumento nello scriver musicando. Il romanzo è un vero e proprio concerto jazz, ove i protagonisti e quindi i musici, esprimono già dalle prime pagine il motivo principale della composizione, e successivamente ognuno lo reinventa con assoli, sperimentando assieme agli altri.

La narrazione oscilla tra il passato e il presente e come un assolo di sax variando le frequenze sonore e il ritmo degli accadimenti, richiamando di volta in volta la tromba, il basso, il piano, la cassa. Gli episodi ripetuti svelano parti inedite dei protagonisti le quali arricchiscono i contesti che hanno portato all’evento topico e alle successive conseguenze. Ogni volta con tonalità diverse.

Quando sembra che il concerto sia finito, e che quindi i protagonisti prendano congedo, ecco che si ricomincia, novando ulteriormente la trama con l’ingresso di nuovi protagonisti, i quali suonano secondo loro specifiche caratteristiche, fino a coinvolgere il pubblico, ovvero l’intera Harlem (New York), lì, attorno all’anno 1926.

Questo ex quartiere divenuto una città a parte, con l’immigrazione sempre più numerosa di neri provenienti dagli stati del sud, per motivi razziali che perduravano da più di cinquanta anni, nonostante che la guerra civile fosse finita, e per le cicliche crisi economiche che avvennero nei decenni, colpendo di più coloro che ancora non erano pienamente cittadini, nel godere dei diritti di studio e di assistenza economica e sanitaria.

Harlem è in quel periodo la patria del jazz, che recepisce il funk e diventa un laboratorio di tutti gli stili che dal gospel, al soul lì trovarono l’accoglienza, la fusione e la sperimentazione. Si suonava nelle scale di ingresso dei palazzi, dove dopo il lavoro, ci si fermava a parlare, ad improvvisare i motivi antichi degli schiavi delle piantagioni, riaggiornati con i nuovi ritmi, le nuove parole, e le tecnologie che si approssimavano in modo sempre più forsennato. La musica non era altra dal vivere quotidiano, ne era il riflesso, dal ballo, dal camminare, dal cantare, nei luoghi di ritrovi domestici e di piazza. Nei locali clandestini, foraggiati dal contrabbando, i neri per la prima volta in America, sperimentarono forme di socialità autonome.

Con tutto ciò che comportava in quella zona di incrocio tra il controllo dei bianchi, della legge ordinaria, degli usi e delle consuetudini in conflitto anche con le generazioni dei neri immigrati. Il commercio e l’industria in profonda espansione, e con la produzione di manufatti domestici sempre più accessibili, anche per il reddito mediamente basso degli abitanti, nonostante tutto, permettevano nuove forme di consumo, e una piena autonomia alimentare.

I mestieri divennero di accesso anche per le donne come le figure dell’infermiera, della sarta, della parrucchiera. Non che prima tali attività non fossero svolte dalle donne, ma che il loro esercizio fosse svolto prevalentemente in un ambito domestico. Ora invece, diventano una professione, che è fonte di reddito e di relativa autonomia. Qui le donne, possono vivere da sole e mantenersi, nonostante le mille difficoltà, la delinquenza, e anche il violento maschilismo.

Il romanzo rende a colori questa città nella città, piena di speranza, di pericoli, di vizi, di criminalità, ma anche di nuove forme di collaborazione, di mutua assistenza, e di nuove rivendicazioni sempre più organiche e pregnanti, come il diritto di voto per le donne, che fu sancito nel 1920, e la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica.  

Harlem all’inizio della grande guerra non aveva una scuola. Vi era una assistenza sanitaria meno che residuale. In quegli anni quel luogo fu un ritrovo di coloro che si qualificarono come intellettuali nel richiedere una piena cittadinanza per i neri.

La musica è un sinonimo di appartenenza in questo luogo, e contribuisce a definirsi, non più per negazione o in termini residuali rispetto ai bianchi, come avvenne anche alla fine della grande guerra, in cui i reduci di colore non ebbero un riconoscimento come i loro commilitoni bianchi. In quegli anni inizia un cambiamento radicale, e una propria rivendicazione di parlare e di creare. Il Jazz è questo patrimonio.

Il romanzo inizia con un tragico evento criminoso. Da qui, le vittime, i colpevoli, i testimoni, e coloro che ne furono indirettamente partecipi, iniziano a comparire nel presente scontrandosi, e poi man mano che la trama, e quindi lo spartito viene eseguito, diventano sempre più autonomi, mostrando nuove parti di sé e della propria biografia. Come nel jazz il ruolo degli strumenti cambia nell’essere l’assolo, l’accompagnamento, il solista, fino a essere orchestra, o cantante, così i protagonisti mostrano lati in luce e in ombra. L’amore e la crudeltà, la tragedia, e la bellezza.

Ognuno però contribuisce a delineare una base comune, un motivo che ritma dal fondo, al di là di ogni strumento, la secolare storia dei deportati e degli schiavi dall’Africa, e la vita di coloro che in America nacquero sia dai nativi africani sia, come per la maggior parte di loro, dai bianchi che violentano sistematicamente le donne nere.

Toni Morrison conosce il Jazz, conosce l’oralità e il dolore delle moltitudini degli schiavi che si sono susseguiti, sa narrare e in più conosce la letteratura americana e nord Europea, sa usare e reinventare le tecniche dell’introspezione piscologica degli autori di inizio secolo come Virginia Woolf.

Dall’evento iniziale, la trama si infittisce sempre di più, fino a che ogni protagonista da figura classica di una tragedia, diventa un mondo insondabile, difficile da racchiudere in pigre definizioni, così come è la storia delle Americhe, e ancor di più di questa nuova popolazione di neri amerindi.

Toni Morrison tenta di esprimere la scrittura dalla musica, non il contrario. Vuole che la narrazione sia musicata, non tanto in un testo da cantare, o per un’opera lirica. Lì semmai è l’inverso: la scrittura diventa un ausilio per la musica. Qui il tentativo è rivolto alla funzione che il Jazz esprima la propria scrittura, e che quindi i dialoghi e il testo scritto ne siano una emanazione. Ecco allora perché la trama non ha una sequenza lineare degli eventi: i protagonisti ripetono alcune loro caratteristiche mentali, biografiche e fisiche, ripetendo il motivo musicale e variandolo di volta in volta rispecchiandosi negli altri antagonisti. Harlem e l’America assumono il ruolo di una grande banda Jazz che suona all’unisono tra le piazze e le strade.

E qui alla fine però Toni Morrison si accorge che la sua funzione di autore non può essere distaccata, signora e padrona di tutte le assonanze e strutture linguistico – musicali. È costretta ad entrare nella scena.

Nelle ultime pagine abbiamo un ultimo assolo: una potente, magnifica, coinvolgente dichiarazione d’amore dell’autrice per questa città, per questa storia tragica e meravigliosa dei neri d’America, e per questo flusso vivo che è in cammino, tra il passato e il futuro.

Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…